Le donne con le donne possono

Pensieri, proposte, incontri... donnescamente
martedì, 19 maggio 2009

Elezioni europee

Stare dentro o chiamarsi fuori: perché ho scelto di candidarmi nel PRC

 

di Rosangela Pesenti

 

Non sono iscritta a nessun partito da vent’anni e non ho avuto mai nessuna responsabilità amministrativa in nessuna istituzione. Ho vissuto attivamente la politica nel movimento delle donne, nel femminismo, in quel tessuto orizzontale che ha saputo cambiare la società italiana non solo conquistando leggi inclusive dei diritti civili, ma soprattutto nell’agire quotidiano, nelle relazioni più intime, tra donne e uomini, tra generazioni, tra popolazioni, allargando le possibilità di immaginare il futuro, affermando la libertà di esistere per ognuna e ognuno secondo i propri talenti e inclinazioni.

 

Un tessuto che non ha costruito leaders, ma molte autorevolezze che durano nella memoria e vengono ancora trasmesse nonostante l’oscuramento informativo e l’oscurantismo dei poteri costituiti.

 

Sono già stata candidata nel ’94 dall’ancora unitario PDS e l’anno scorso dall’Arcobaleno. Guardo la sinistra agire come i polli di Renzo, di manzoniana memoria, mentre nel mondo spadroneggiano i Bravi e penso che da qualsiasi posizione si possa trovare un’alleanza pulita, tranne che dalla parte di Don Abbondio. Quello che ho visto muoversi sulla cosiddetta scena politica, sempre più scena nel senso della costruzione di fiction mediatica, non mi corrisponde nelle forme, nell’agire, nei progetti, nel modo di rappresentarsi e di rappresentare.

 

Potrei dire che non ho bisogno della politica, per lavorare, per vivere, per continuare ad essere e fare, pensare e agire. Potrei facilmente chiamarmi fuori.

Perché allora accetto di essere dentro? Perché accetto di mettermi in un ingranaggio che so di non poter dirigere né tanto meno influenzare in questo momento, di “metterci la faccia” in una situazione di frammentazione così profonda e spesso intimamente dolorosa, di malumori e piccinerie così diffusi, in un impasto di paure e cinismo, fedeltà mortificate e calcolo, che rischiano di rendere opaco qualsiasi volto e sospetta qualsiasi proposta?

 

Perché sono una cittadina appena inclusa. Quando sono nata le donne in Italia avevano conquistato il diritto di voto da pochi anni, nella civile Europa da poco più tempo e non in tutti i Paesi, e molte leggi erano ancora espressione del potere patriarcale che vuole le donne subalterne nella divisione del lavoro, assoggettate nella sessualità, limitate nell’accesso politico, cancellate nella trasmissione della cultura, derubate nell’elaborazione del pensiero e complici nella conservazione della loro stessa servitù attraverso un abile dosaggio di concessione di privilegi, ricatti affettivi, manipolazione dell’immaginario, minacce, violenze, assassinio.

 

La libertà di pensare e pensarci che abbiamo conquistato, più generazioni di donne e un pezzetto per volta, viene ancora continuamente aggredita. Veniamo aggredite singolarmente, nei modi feroci o subdoli che mirano a rompere, nell’immaginario, vicinanze e solidarietà, a esporre le differenze individuali censurando sempre le specificità politiche.

 

Nel mondo la maggior parte delle donne non ha diritti politici, libertà civili, opportunità e spesso nemmeno possibilità di sopravvivenza. L’intreccio spaventoso di storie locali, poteri coloniali e monopoli economici chiede la nostra azione politica, non possiamo lavarci la coscienza con le briciole di un volontarismo caritativo che non rappezza nemmeno le toppe.

 

Abbiamo di volta in volta costituito il movimento delle donne intorno a progetti concreti, cercando il terreno di una mediazione che non potesse mai diventare prevaricazione, inventando e allargando quel terreno democratico che non può esistere se non vive in luoghi agibili da tutte e tutti.

 

Misurarsi con la concretezza significa imparare la democrazia nel corpo a corpo delle storie diverse, nella fatica di allargare le opportunità sul terreno istituzionale, confrontando desideri e speranze con la durezza dell’esistente. Mi sento forte di questa esperienza e mi fido della mia storia, per questo ho accettato la proposta venuta dal Forum delle donne di Rifondazione.

 

Conosco il crescente maschilismo, la multiforme vendetta del patriarcato, che nessun uomo riesce ancora a dichiarare nemico dell’umano multiforme esistere e so che queste donne hanno dovuto predisporre una lotta, pacifica e democratica, ma lotta, per proporre e “far passare” il mio nome e quello di altre.

 

Ho imparato, leggendo e rileggendo le parole di Rosa Luxemburg, che ci sono momenti in cui bisogna mettere da parte la complessità delle proprie idee, l’orgoglio della propria limpidezza e scegliere da che parte stare, anche se il luogo in cui decidiamo di stare è inospitale e le persone, prevalentemente gli uomini, farebbero magari volentieri a meno della nostra presenza.

 

Non mi chiamo fuori dalla politica, anche se vedo solo cose che mi sembrano sbagliate o sospette, perché continuo a considerare il diritto di voto, allargato a quante più istituzioni possibili, una strada ineludibile per la democrazia.

 

Non credo si possa ricostituire una sinistra monoidentitaria, su simboli significativi per la memoria di un pezzo del mondo del lavoro oggi così profondamente cambiato: è una storia da cui abbiamo qualcosa da imparare solo se possiamo leggerla dentro il muoversi di altri soggetti fondamentali e primo fra tutti il movimento femminista, solo se possiamo rileggerla negli errori e connivenze del passato, così come nelle grandi conquiste di civiltà in tutta la storia del pensiero socialista e pacifista.

 

Sento la necessità di  mettermi contro il capitalismo, la logica perversa del mercato e del profitto che alimenta povertà e guerre,  perché credo che un altro mondo sia possibile e sono certa che già vive nei semi di pensieri e vite che ci sono sconosciuti e non solo negli straordinari laboratori politici di quell’altro mondo che noi europei abbiamo perseguitato, colonizzato, disprezzato, ma anche qui, in mezzo al nostro devastante sviluppo, tra le pieghe del nostro infelice benessere

 

Penso che la frammentazione dei ceti dirigenti, più o meno colti, più o meno fascinosi, è la rappresentazione della fine di una forma politica e non saranno le logiche della rincorsa ai posti o le parole politiche più o meno azzeccate, volte a catturate il voto smarrito della sinistra, a fermarlo.

 

Non penso che la mia presenza possa modificare processi in atto, incardinati in logiche che mi sono estranee, ma resto convinta che la politica, al fondo, non può mai prescindere dalle piccole scelte di ognuno e per quanto mi riguarda faccio quello che posso.

 

Le donne sembrano talvolta più sprovvedute perché si muovono con poca dimestichezza nei meccanismi istituzionali, sbagliano valutazioni per ingenuità, buona fede, o convinte ad utilizzare le tradizionali strategie di adattamento, mimetizzazione, piccolo cabotaggio che hanno rappresentato possibilità di sopravvivenza e inevitabile complicità nella lunga storia dei generi.

 

Sembrano più disinvolte le donne della destra, ma utilizzano l’esito delle lotte femministe, mai condivise, per ottenere posti conformandosi ai modelli classisti e spesso senza sottrarsi alle tradizionali subalternità.

 

Non importa, da questo non si può prescindere se è la dimensione del reale, da questo ci si può distinguere se la nostra vita testimonia di noi. Non si tratta di interrogarsi su quanto siano credibili i partiti, ma di pretendere che lo siano i candidati, come lo sono moltissime donne e uomini nella loro vita di tutti i giorni.

Vivo queste elezioni come possibilità etica e gesto responsabile da parte di una donna più che adulta nei confronti delle tante donne incontrate, degli uomini che si sono messi in cammino per un’altra storia, delle giovani generazioni di ragazze e ragazzi che mi sono cresciute accanto; non porto altro che la mia goccia d’acqua perché troppi incendi sono stati appiccati in Europa e dall’Europa e oggi siamo più che mai a rischio di aridità.
postato da rpesenti alle ore 17:17 | link | commenti
categorie: politica
martedì, 19 maggio 2009

Donne e politica, donne e potere

Ho spesso fantasticato su quali parole avrebbero utilizzato le donne della Rivoluzione francese se i tempi, le loro storie dentro la grande storia, fossero stati meno convulsi, invece della nota triade, libertà uguaglianza fraternità, le prime due altisonanti e la terza decisamente sessista, come ha dimostrato l’uso della ghigliottina appena qualche donna, come Olympe De Gouges, ha cercato di declinarle al femminile.

Per me suonano bene Possibilità, Opportunità, Responsabilità, che certo possono risultare ambigue alle orecchie di qualcuno, ma quale parola non lo è in questi tempi di frammentazione delle vite, confusione dei sentimenti, manipolazione dei significati, proprio a cominciare da libertà, spesso sinonimo di prevaricazione e uguaglianza, interiorizzata come corsa ad eguagliare il peggio.

Le mie sono parole meno solenni, più legate a quella vita quotidiana così centrale nella possibilità, appunto, dello scorrere e trascorrere delle nostre vicende e così marginale nelle tematizzazioni della politica e della cultura, che segmentano gli aspetti del vivere, lavoro, studio, ricerca, oscurando quel miscuglio creativo che tutto lega e connette e costruisce senso nelle relazioni umane, di cui le donne, per la loro storia, sono maestre.

Una storia che di questi tempi è particolarmente muta, e il mutismo è stato costruito ad arte giorno per giorno, soprattutto attraverso i media e il mercato (e quindi certamente pensato dalle cricche di potere che erodono il terreno della legalità con la copertura dell’illegalità e ristrutturano abilmente “case politiche” occultando i solidi pilastri del patriarcato e del capitalismo).

Un mutismo costruito attraverso la sovraesposizione di corpi e parole, tra loro separati e stridenti: da un lato donne dal corpo indecifrabile, plasmato ed esposto secondo i canoni di un modello sempre più autoreferenziale nella ricerca di una statica mortifera perfezione, indossano come pizzi e lustrini (o caste camicette da collegiale di buona famiglia) qualche citazione, da manualetto di second’ordine, di una storia politica femminile lunga e complessa, una storia che forse nelle loro vite non è ancora cominciata; dall’altro corpi di donne stuprate, picchiate, seviziate, assassinate, sbattute in prima pagina ad uso di richieste politiche che mirano a ripristinare le regole patriarcali nelle leggi e attraverso quelle fin dentro le relazioni più intime.

Da questi due estremi di diverso e stridente mutismo vengono attratte tutte le immagini femminili, come da due poli magnetici, continuamente alimentati, che hanno la funzione di svuotare lo spazio intermedio, cancellando la multiforme realtà delle donne, non solo dai media, ma dallo stesso spazio dell’agire, in cui viene mortificata la possibilità di immaginare liberamente la propria vita e deprivato l’esercizio della cittadinanza (diritto alla salute, allo studio, al lavoro, alla maternità, alla casa, alle passeggiate notturne…).

Per un’immaginario della politica meno colonizzabile restano a disposizione le pochissime donne che avendo raggiunto una veneranda età senza ritirarsi a vita privata non possono essere scippate della propria storia e, per chi tenta di resistere all’attrazione, i tradizionali modelli emancipatori più o meno imitativi, con ruoli e professioni rigidamente declinati al maschile, ultima roccaforte armata e immodificabile di una lingua che per il resto vive invece di neologismi, ibridazioni, con-fusioni e commistioni di tutti i possibili registri, adeguati o meno, in tutte le situazioni pubbliche e private.

Possibilità quindi, che è molto più del “potere” sulla strada della libera costruzione delle identità e delle relazioni umane e molto molto meno su quella della definizione di modelli e regole a tutela di divisioni, esclusioni, gerarchie sociali, patacche nobilitanti costruite da una storia ben poco nobile di privilegi, sopraffazioni, collusioni, servitù e servilismi vari.

Opportunità mi piace perché ha il sapore della contingenza, l’apertura di un ventaglio di strade che lasciano alla giovani generazioni lo spazio per immaginarne e costruirne di nuove, una parola mite e concreta come potrebbero essere gli adulti se accettassero la consapevolezza di abitare il mistero del tempo e non ne precludessero l’esperienza a chi deve ancora crescere con comportamenti predatori e dissennati, devastanti per l’ambiente in cui viviamo e per l’ambiente che noi siamo.

Responsabilità è la parola che sento nascere dalla potenza generativa che portiamo nel nostro corpo di donne, rimescolata nelle fatiche e necessità, e spesso servitù, di mille cure per la piccola-grande quota di mondo tacitamente affidataci, ma anche espressione della sapienza di quell’appartenenza a sé che abbiamo intuito gridando, in un tempo recente della storia che ha unito più generazioni, “io sono mia”, sapienza impastata di passi inventati giorno per giorno, su terreni fragili e scoscesi, e traditori, sapendo di aver pagato per intero il prezzo di un riscatto che non può esserci chiesto per la seconda volta, mai.

Non siamo in vendita, non siamo a disposizione e per questo sappiamo che non esistono scelte indifferenti, che ogni passo apre una strada e ne chiude altre, che assumere la responsabilità della propria vita significa uscire dai sogni d’onnipotenza, dalle scorciatoie delle contrattazioni meschine, dall’ignoranza delle risorse da cui dipendiamo, dall’omertà sull’origine dei privilegi di cui godiamo se ne godiamo.

Responsabilità significa rendere visibile la propria storia diversa e cominciare ad agirla sul terreno della democrazia che è ancora poco conosciuto e frequentato.

Contro una visione della politica identificata con il discorso ex cathedra contaminato dalla spettacolarizzazione delle forme mediatico-pubblicitarie, voglio testimoniare quella politica che è il mio stesso vivere quotidiano, cercata nell’etica dei rapporti con i figli come con gli alunni e gli amici e gli amati, quella politica che ho conosciuto e sperimentato nei luoghi delle donne dove ho cercato la difficile coincidenza tra l’essere e l’esserci nella condivisione e mediazione continua del fare e del pensare.

Ci accompagnava, ancora vent’anni fa, quella parola, liberazione, che dice il senso concreto del costruire la possibilità per il desiderio umano di sottrarsi ai vincoli dell’abbrutimento, della necessità, della miseria materiale e morale, ma anche dello smarrimento di sé, della paura dell’ignoto che ci aspetta ogni giorno, della meschinità che ci tenta, liberazione di sogni e opportunità, liberazione di creatività e intelligenze ed esperienze.

Così penso la politica, così mi misuro con la realtà politica dell’oggi, come una delle moltissime donne non riducibili a un’etichetta e tanto meno ad un’immaginetta patinata e definita dallo stigma convenzionale di un mondo piccolo al quale per mia fortuna, opportunità e continua scelta non appartengo e non assomiglio.
postato da rpesenti alle ore 17:16 | link | commenti (1)
categorie: politica, donne
martedì, 19 maggio 2009

25 aprile

Ieri, 25 aprile, ero tra quelli che in piazza Duomo a Milano hanno fischiato Formigoni. Intorno a me su questo è nata una vivace discussione tra chi protestava ad alta voce e chi difendeva il diritto di parlare da parte di tutti, preoccupato soprattutto della possibile strumentalizzazione del nostro comportamento.

Il contesto non si prestava a discussioni pacate e quindi ognuno di noi ha agito come meglio credeva, ma oggi voglio avanzare alcune riflessioni proprio sulla democrazia nei “contesti” perché penso che la democrazia non è un astratto sistema di poche regole, ma una pratica complessa che per esprimere il meglio delle sue potenzialità non può prescindere dalla realtà dei soggetti e dalla loro collocazione.

In una manifestazione di piazza come quella di ieri il rapporto tra oratori e partecipanti è asimmetrico: gli oratori parlano dal microfono e possono produrre discorsi articolati, chi sta in piazza può solo esprimere consenso e dissenso con applausi o fischi e questo fa parte delle regole democratiche.

Nel suo ruolo ha fatto bene il Presidente Scalfaro a ricordarci che la democrazia è prima di tutto la libertà di parola per chi la pensa diversamente da me, al suo posto avrei detto le stesse parole, ma dal mio posto, la piazza, ho esercitato il mio diritto al dissenso. E non è un caso che lo stesso presidente Scalfaro in un passaggio successivo abbia ricordato il comportamento ignobile da lui subito nell’aula del Senato della Repubblica e non da una piazza di “facinorosi”, ma dai senatori della cosiddetta casa delle libertà che si sono costantemente prodotti in gesti e parole volgari sguaiati e lesivi non solo della dignità del ruolo, ma delle persone stesse, gesti e parole di cui io stessa ho provato vergogna come cittadina e come insegnante perché fuori dalle regole di qualsiasi convivenza civile, inaffrontabili sul piano della democrazia, pericolose per il popolo sovrano che può solo assistere impotente.

Per questo voglio ricordare a quelli che ci invitavano a tacere che in piazza duomo ieri la nostra protesta era quella di una minoranza che non solo non viene ascoltata, ma anche costantemente censurata e oscurata da una maggioranza arrogante che abusa della sua posizione e del suo potere usando modi leciti e illeciti per svilire proprio la complessità delle regole democratiche, sbandierando una semplificazione che mira a costruire nei fatti la passività di un consenso plebiscitario che rappresenta la forma moderna della riduzione dei cittadini a sudditi.

Ho contestato Formigoni perché conosco la distanza tra le astratte dichiarazioni di ossequio alla giornata del 25 aprile e la sua pratica politica.

Sappiamo quanto sia cresciuta negli ospedali l’obiezione di coscienza ai fini di carriera con un danno non solo sul piano della possibilità di esercizio dei diritti civili da parte di cittadini e cittadine (e questo già è gravissimo), ma ancora più grave considero la diffusione di quella forma di amoralità pubblica che favorisce l’asservimento individuale al più o meno tacito ricatto del potere.

Per non parlare della mortificazione costante della scuola pubblica e lo sfacciato sostegno delle scuole private col denaro pubblico, contro il dettato stesso della Costituzione.

Certo sarebbe stato più politico cantare Bella ciao girando tutti le spalle al palco invece di fischiare, ma ci manca l’organizzazione e non è cosa da poco.

Ma tacere no, non è possibile: chi ha il potere deve sapere che oggi, come durante il fascismo e la guerra, ci sono persone che non oscillano tra interesse e coscienza, perché rispondere alla propria coscienza è comunque l’interesse più alto.

Guardo con preoccupazione a un mondo in cui le relazioni sociali sanno esprimersi solo con formule di cortese affettazione, sorrisi falsi e ammiccamenti o, l’altra faccia della medaglia, sequele di insulti sguaiati, e sembra poco opportuna, antiquata, una trasgressione alle tacite regole del quieto vivere, la ferma esposizione delle proprie convinzioni.

Tanto per stare nella questione delle regole democratiche ho invece considerato grave l’abuso di microfoni da parte di un gruppo giovanile che ha cercato di sovrastare il discorso di Scalfaro che, da parte sua, con grande sapienza politica, ne ha rilevato ed esaurito la presenza in una bonaria battuta (ma dov’era la pubblica sicurezza della città tanto sbandierata in altre occasioni?).

La piazza del 25 aprile appartiene alle istituzioni perché quel giorno è stata liberata dalla dittatura fascista proprio la possibilità di  costruire la democrazia nel nostro paese, una democrazia grazie alla quale qualsiasi associazione può chiedere una piazza e invitare i cittadini all’ascolto.

Il 25 aprile è un rito laico di cui abbiamo bisogno e non vogliamo cittadini qualsiasi sul palco, ma i rappresentanti delle istituzioni, proprio per poter esprimere quella libera dialettica di consenso e dissenso che esprime la vitalità stessa della democrazia, la visibilità concreta di quel patto scritto nella Costituzione che promuove la responsabilità della propria differenza nel rispetto di pari possibilità per tutti.

I rappresentanti delle Istituzioni però, su quel palco, devono essere credibili se non vogliono essere contestati, devono essere onesti e non nascondersi dietro la vuota retorica.

La verità dei fatti è dura, ma non è di parte e la falsificazione della storia a cui assistiamo quotidianamente è pericolosa per tutti.

Gli errori/orrori e le nefandezze del fascismo e del nazismo sono state pagate da tutti, ma della salvezza dell’Italia e delle vite tutti devono ringraziare quella parte che ha saputo fare resistenza a cominciare da coloro che hanno saputo alzare la propria voce lungo tutto il ventennio.

Molti bambini e  bambine, figli di antifascisti, che hanno condiviso con la famiglia le persecuzioni del regime sono diventati poi i giovani resistenti che hanno restituito la libertà agli italiani.

Anche per questo ho ascoltato con particolare piacere e commozione le parole di Giovanna, la figlia di Maria Massariello Arata, deportata a Ravensbrück, perché sono state le parole più concrete, precise e articolate, insieme a quelle del presidente Scalfaro.

Intorno a me molti si sono chiesti chi fosse, perché in questo paese smemorato pochi nomi di antifascisti e deportati hanno “bucato” il silenzio della storia e poco si è fatto anche nella scuola in questi 60 anni, per dare volto e nome alle migliaia e migliaia di donne e uomini che hanno saputo testimoniare la loro fede nella libertà nei tempi bui del fascismo e della guerra.

Le memorie di Maria Massariello mi sono state regalate dalla nuora al tempo in cui noi, insegnanti “fannullone” organizzavamo e frequentavamo, grazie al piccolissimo contributo di un decreto applicativo della legge sulle Pari Opportunità, corsi di storia delle donne.

Tempi in cui si parlava di empowerment femminile da costruire attraverso la scuola e la cultura e non come ignava eredità di famiglia o, peggio, pratica di servilismo con il potente di turno.

Per questo ieri ho ascoltato con commozione e mi sono riconosciuta nelle parole della figlia che saldano il presente al passaggio di una memoria consapevole tra generazioni di donne, una memoria che può diventare collettiva solo se sa misurarsi con la singolarità delle storie, che sa interrogarsi sulla storia perché mette in gioco la propria nel rinnovarsi dei pensieri e delle scelte.

Ho sentito nelle sue parole quella capacità delle donne di annodare legami, tessere reti, stringere nodi allentati, riannodare fili tagliati che è stata la politica del femminismo diffuso in Italia.

Una capacità politica che è stata mortificata e mistificata, ma ancora esiste ed ha passato a molte giovani donne e uomini il desiderio e gli strumenti per costruire relazioni libere e biografie non sottomesse. 

Ho bisogno di riti laici in cui rinnoviamo la consapevolezza che solo la tenacia di mille anonime straordinarie vite ci ha regalato la possibilità di camminare liberi nella nostra.

Vado a Milano a festeggiare il 25 aprile per rinnovare memorie personali e sentire che lì posso condividerle con tante e diverse. Ho trascritto in un libro, anni fa, i ricordi di Velia Sacchi, partigiana bergamasca entrata in clandestinità a Milano per far parte della redazione dell’Unità e ogni anno mi sembra di vederla correre il 25 aprile con i suoi compagni. Si tenevano per mano e correvano verso la tipografia che avrebbe potuto stampare la prima copia libera del giornale, nel cuore il dolore per l’assassinio recente del compagno Curiel e la paura per i cecchini che sparavano dalle finestre e la libertà mi sembra preziosa anche nei giorni più grigi per quel loro correre a costo di ogni rischio, a costo della vita, per una libertà di stampa che oggi viene così facilmente svenduta.

Vado a Milano per ricordare mio padre, contadino, partito soldato a diciannove anni, prigioniero in Germania a venti, cresciuto nel fascismo, che ha scelto di non aderire alla Repubblica di Salò insieme a tanti suoi compagni perché ha capito che quella non era la sua repubblica. Sono spesso dimenticati gli internati militari italiani, così come per anni sono state dimenticate le stragi di soldati e di civili; ormai torna di moda parlare di soldati, del soldato che esprime la fedeltà con l’obbedienza, e invece dobbiamo ricordare che proprio nel pieno della tragedia i giovani soldati cresciuti nella fede fascista seppero diventare cittadini, seppero prefigurare quella democrazia che sarebbe nata dopo, e proprio dal loro sacrificio, dalle loro sofferenze, dalla loro morte. Nei campi d’internamento tedeschi, condannati ai lavori forzati, senza lo status di prigionieri di guerra, sono rimasti la stragrande maggioranza dei soldati italiani deportati e molti non sono mai tornati.

Vado a Milano per ricordare mia madre, ragazza di campagna fiera del suo lavoro di operaia perché non voleva fare la serva “col grembiulino e la crestina sui capelli” come diceva lei, lavoro continuato anche durante la guerra, viaggiando al freddo ammassata nelle tradotte militari piuttosto che accettare l’invito di un’amica che viaggiava comoda con i gerarchi. L’amica non era fascista, voleva solo viaggiare al caldo, la giustificava lei, “perché eravamo ignoranti e non capivamo la politica, ma a me sembrava sbagliato, non era il mio posto, ecco tutto”, e così liquidava sobriamente la questione.

Sono i piccoli passi che ti portano da una parte o dall’altra, i piccoli passi che decidono delle grandi scelte come ci ha ricordato Imre Kertész nel suo libro Essere senza destino.

Quel servilismo, dal quale ci ha così bene messi in guardia Scalfaro, è spesso la pratica meschina di chi cerca il privilegio all’ombra dei potenti calpestando i diritti di tutti. 

Penso sia stata una fortuna nascere da una donna e un uomo che hanno cercato sempre la strada della libertà, ma nessuno è figlio solo dei propri genitori: con il taglio del cordone ombelicale comincia quel percorso di crescita che dà la possibilità a ognuno di diventare figlio di se stesso, di costruirsi uomo o donna, leggendo opportunità e risorse, difficoltà dolore e inciampi, secondo le proprie inclinazioni e scelte; nessuno può scegliere i propri genitori ma tutti e tutte siamo chiamati a fare i conti con la storia che ci precede e a scegliere quella a cui vogliamo appartenere.

Non porta nessuna pacificazione la proposta di cancellare dure e dolorose differenze tra le generazioni passate, non ci sono scorciatoie per vivere con dignità il presente e la mistificazione della storia corrode la possibilità dell’incontro e del confronto tra le persone.

Non è facile misurarsi col sentimento della filialità e contemporaneamente scegliere la propria autonomia, ma è necessario ricordare che non ci sono eredità innocenti e l’affetto non può mai diventare la misura del legame sociale; l’enfasi sull’appartenenza famigliare è l’esatto contrario di quell’intuizione politica che ha fondato il diritto sull’appartenenza di ognuno e (molto più tardi) ognuna, prima di tutto a se stesso,  fondando la possibilità di abitare una comunità di liberi ed uguali.

Anche l’appartenenza politica non può essere solo l’etichetta di una collocazione di parte, ma va testimoniata nelle scelte, misurata nelle pratiche che tolgono ambiguità alle parole, diffidando delle forme semplificate a cui ci sta abituando la sovraesposizione mediatica.

E’ una strada ancora lunga quella che ci aspetta, ma dobbiamo stare attenti a non fare passi indietro.

Per questo vado a Milano il 25 aprile, per condividere le molte storie che formano la memoria di ognuno e la speranza di tutti.

Vado a Milano il 25 aprile perché ho bisogno di un rito laico in cui perdermi felicemente nella folla e sentirmi a casa mia.

postato da rpesenti alle ore 17:14 | link | commenti
categorie: politica
domenica, 03 maggio 2009

CLANDESTINA

 

Scivoli lungo i muri alzati intorno ai nostri asfittici cuori, ogni giorno, ogni notte.

Sull’autobus, il metrò, la bicicletta, dentro le strade incerte dell’alba, oltre le periferie del tramonto, ai margini delle sfavillanti centrali del consumo, nel cono d’ombra dei nostri turpi mercati, in balia del caso o della carità, o del nulla se ti ammali, senza diritto alla giustizia perché la tua vita è aggrappata alle catene dell’ingiustizia.

Ringrazi per il lavoro nero, l’affitto nero, il buco nero in cui ti costringiamo ogni giorno e ogni notte, sollievo alle nostre miserie di malati e vecchie, mani e sorrisi sapienti, nenie d’altri tempi e terre, per i bambini che non abbiamo tempo di accudire, erede di quei gesti di cura necessari che noi donne ricche non sappiamo contrattare  sulla bilancia delle grandi agenzie che stabiliscono il valore della vita.

Ti chiediamo affetto e ti è preclusa la famiglia, pretendiamo la tua onestà a garanzia della nostra evasione fiscale, ti affidiamo al rischio per dormire i nostri sonni tranquilli.

Clandestina perché lo sono le nostre vicende più intime, i cedimenti più segreti, i sentimenti più cancellati, clandestina come le bandiere di libertà uguaglianza e pace che abbiamo chiuso nei cassetti della storia, piegate a garanzia del privilegio, della sopraffazione, della menzogna, della guerra.

Clandestina come la nostra coscienza, la nostra sazia solitudine, la nostra benestante miseria.

Per questo ti appartengono, nei giorni di sole, le piazze e i giardini della città, disegnate dal cuore di quella politica che noi non frequentiamo più.

Tu paria della società, noi piccole parvenu ammesse al servizio nelle stanze dei potenti; chi è la più pezzente?

 

Rosangela Pesenti

Dalla Rivista MAREA, n.4/2008, Erga Edizioni

postato da rpesenti alle ore 20:44 | link | commenti (1)
categorie: donne
domenica, 03 maggio 2009

Ieri, 25 aprile, ero tra quelli che in piazza Duomo a Milano hanno fischiato Formigoni. Intorno a me su questo è nata una vivace discussione tra chi protestava ad alta voce e chi difendeva il diritto di parlare da parte di tutti, preoccupato soprattutto della possibile strumentalizzazione del nostro comportamento.

Il contesto non si prestava a discussioni pacate e quindi ognuno di noi ha agito come meglio credeva, ma oggi voglio avanzare alcune riflessioni proprio sulla democrazia nei “contesti” perché penso che la democrazia non è un astratto sistema di poche regole, ma una pratica complessa che per esprimere il meglio delle sue potenzialità non può prescindere dalla realtà dei soggetti e dalla loro collocazione.

In una manifestazione di piazza come quella di ieri il rapporto tra oratori e partecipanti è asimmetrico: gli oratori parlano dal microfono e possono produrre discorsi articolati, chi sta in piazza può solo esprimere consenso e dissenso con applausi o fischi e questo fa parte delle regole democratiche.

Nel suo ruolo ha fatto bene il Presidente Scalfaro a ricordarci che la democrazia è prima di tutto la libertà di parola per chi la pensa diversamente da me, al suo posto avrei detto le stesse parole, ma dal mio posto, la piazza, ho esercitato il mio diritto al dissenso. E non è un caso che lo stesso presidente Scalfaro in un passaggio successivo abbia ricordato il comportamento ignobile da lui subito nell’aula del Senato della Repubblica e non da una piazza di “facinorosi”, ma dai senatori della cosiddetta casa delle libertà che si sono costantemente prodotti in gesti e parole volgari sguaiati e lesivi non solo della dignità del ruolo, ma delle persone stesse, gesti e parole di cui io stessa ho provato vergogna come cittadina e come insegnante perché fuori dalle regole di qualsiasi convivenza civile, inaffrontabili sul piano della democrazia, pericolose per il popolo sovrano che può solo assistere impotente.

Per questo voglio ricordare a quelli che ci invitavano a tacere che in piazza duomo ieri la nostra protesta era quella di una minoranza che non solo non viene ascoltata, ma anche costantemente censurata e oscurata da una maggioranza arrogante che abusa della sua posizione e del suo potere usando modi leciti e illeciti per svilire proprio la complessità delle regole democratiche, sbandierando una semplificazione che mira a costruire nei fatti la passività di un consenso plebiscitario che rappresenta la forma moderna della riduzione dei cittadini a sudditi.

Ho contestato Formigoni perché conosco la distanza tra le astratte dichiarazioni di ossequio alla giornata del 25 aprile e la sua pratica politica.

Sappiamo quanto sia cresciuta negli ospedali l’obiezione di coscienza ai fini di carriera con un danno non solo sul piano della possibilità di esercizio dei diritti civili da parte di cittadini e cittadine (e questo già è gravissimo), ma ancora più grave considero la diffusione di quella forma di amoralità pubblica che favorisce l’asservimento individuale al più o meno tacito ricatto del potere.

Per non parlare della mortificazione costante della scuola pubblica e lo sfacciato sostegno delle scuole private col denaro pubblico, contro il dettato stesso della Costituzione.

Certo sarebbe stato più politico cantare Bella ciao girando tutti le spalle al palco invece di fischiare, ma ci manca l’organizzazione e non è cosa da poco.

Ma tacere no, non è possibile: chi ha il potere deve sapere che oggi, come durante il fascismo e la guerra, ci sono persone che non oscillano tra interesse e coscienza, perché rispondere alla propria coscienza è comunque l’interesse più alto.

Guardo con preoccupazione a un mondo in cui le relazioni sociali sanno esprimersi solo con formule di cortese affettazione, sorrisi falsi e ammiccamenti o, l’altra faccia della medaglia, sequele di insulti sguaiati, e sembra poco opportuna, antiquata, una trasgressione alle tacite regole del quieto vivere, la ferma esposizione delle proprie convinzioni.

Tanto per stare nella questione delle regole democratiche ho invece considerato grave l’abuso di microfoni da parte di un gruppo giovanile che ha cercato di sovrastare il discorso di Scalfaro che, da parte sua, con grande sapienza politica, ne ha rilevato ed esaurito la presenza in una bonaria battuta (ma dov’era la pubblica sicurezza della città tanto sbandierata in altre occasioni?).

La piazza del 25 aprile appartiene alle istituzioni perché quel giorno è stata liberata dalla dittatura fascista proprio la possibilità di  costruire la democrazia nel nostro paese, una democrazia grazie alla quale qualsiasi associazione può chiedere una piazza e invitare i cittadini all’ascolto.

Il 25 aprile è un rito laico di cui abbiamo bisogno e non vogliamo cittadini qualsiasi sul palco, ma i rappresentanti delle istituzioni, proprio per poter esprimere quella libera dialettica di consenso e dissenso che esprime la vitalità stessa della democrazia, la visibilità concreta di quel patto scritto nella Costituzione che promuove la responsabilità della propria differenza nel rispetto di pari possibilità per tutti.

I rappresentanti delle Istituzioni però, su quel palco, devono essere credibili se non vogliono essere contestati, devono essere onesti e non nascondersi dietro la vuota retorica.

La verità dei fatti è dura, ma non è di parte e la falsificazione della storia a cui assistiamo quotidianamente è pericolosa per tutti.

Gli errori/orrori e le nefandezze del fascismo e del nazismo sono state pagate da tutti, ma della salvezza dell’Italia e delle vite tutti devono ringraziare quella parte che ha saputo fare resistenza a cominciare da coloro che hanno saputo alzare la propria voce lungo tutto il ventennio.

Molti bambini e  bambine, figli di antifascisti, che hanno condiviso con la famiglia le persecuzioni del regime sono diventati poi i giovani resistenti che hanno restituito la libertà agli italiani.

Anche per questo ho ascoltato con particolare piacere e commozione le parole di Giovanna, la figlia di Maria Massariello Arata, deportata a Ravensbrück, perché sono state le parole più concrete, precise e articolate, insieme a quelle del presidente Scalfaro.

Intorno a me molti si sono chiesti chi fosse, perché in questo paese smemorato pochi nomi di antifascisti e deportati hanno “bucato” il silenzio della storia e poco si è fatto anche nella scuola in questi 60 anni, per dare volto e nome alle migliaia e migliaia di donne e uomini che hanno saputo testimoniare la loro fede nella libertà nei tempi bui del fascismo e della guerra.

Le memorie di Maria Massariello mi sono state regalate dalla nuora al tempo in cui noi, insegnanti “fannullone” organizzavamo e frequentavamo, grazie al piccolissimo contributo di un decreto applicativo della legge sulle Pari Opportunità, corsi di storia delle donne.

Tempi in cui si parlava di empowerment femminile da costruire attraverso la scuola e la cultura e non come ignava eredità di famiglia o, peggio, pratica di servilismo con il potente di turno.

Per questo ieri ho ascoltato con commozione e mi sono riconosciuta nelle parole della figlia che saldano il presente al passaggio di una memoria consapevole tra generazioni di donne, una memoria che può diventare collettiva solo se sa misurarsi con la singolarità delle storie, che sa interrogarsi sulla storia perché mette in gioco la propria nel rinnovarsi dei pensieri e delle scelte.

Ho sentito nelle sue parole quella capacità delle donne di annodare legami, tessere reti, stringere nodi allentati, riannodare fili tagliati che è stata la politica del femminismo diffuso in Italia.

Una capacità politica che è stata mortificata e mistificata, ma ancora esiste ed ha passato a molte giovani donne e uomini il desiderio e gli strumenti per costruire relazioni libere e biografie non sottomesse. 

Ho bisogno di riti laici in cui rinnoviamo la consapevolezza che solo la tenacia di mille anonime straordinarie vite ci ha regalato la possibilità di camminare liberi nella nostra.

Vado a Milano a festeggiare il 25 aprile per rinnovare memorie personali e sentire che lì posso condividerle con tante e diverse. Ho trascritto in un libro, anni fa, i ricordi di Velia Sacchi, partigiana bergamasca entrata in clandestinità a Milano per far parte della redazione dell’Unità e ogni anno mi sembra di vederla correre il 25 aprile con i suoi compagni. Si tenevano per mano e correvano verso la tipografia che avrebbe potuto stampare la prima copia libera del giornale, nel cuore il dolore per l’assassinio recente del compagno Curiel e la paura per i cecchini che sparavano dalle finestre e la libertà mi sembra preziosa anche nei giorni più grigi per quel loro correre a costo di ogni rischio, a costo della vita, per una libertà di stampa che oggi viene così facilmente svenduta.

Vado a Milano per ricordare mio padre, contadino, partito soldato a diciannove anni, prigioniero in Germania a venti, cresciuto nel fascismo, che ha scelto di non aderire alla Repubblica di Salò insieme a tanti suoi compagni perché ha capito che quella non era la sua repubblica. Sono spesso dimenticati gli internati militari italiani, così come per anni sono state dimenticate le stragi di soldati e di civili; ormai torna di moda parlare di soldati, del soldato che esprime la fedeltà con l’obbedienza, e invece dobbiamo ricordare che proprio nel pieno della tragedia i giovani soldati cresciuti nella fede fascista seppero diventare cittadini, seppero prefigurare quella democrazia che sarebbe nata dopo, e proprio dal loro sacrificio, dalle loro sofferenze, dalla loro morte. Nei campi d’internamento tedeschi, condannati ai lavori forzati, senza lo status di prigionieri di guerra, sono rimasti la stragrande maggioranza dei soldati italiani deportati e molti non sono mai tornati.

Vado a Milano per ricordare mia madre, ragazza di campagna fiera del suo lavoro di operaia perché non voleva fare la serva “col grembiulino e la crestina sui capelli” come diceva lei, lavoro continuato anche durante la guerra, viaggiando al freddo ammassata nelle tradotte militari piuttosto che accettare l’invito di un’amica che viaggiava comoda con i gerarchi. L’amica non era fascista, voleva solo viaggiare al caldo, la giustificava lei, “perché eravamo ignoranti e non capivamo la politica, ma a me sembrava sbagliato, non era il mio posto, ecco tutto”, e così liquidava sobriamente la questione.

Sono i piccoli passi che ti portano da una parte o dall’altra, i piccoli passi che decidono delle grandi scelte come ci ha ricordato Imre Kertész nel suo libro Essere senza destino.

Quel servilismo, dal quale ci ha così bene messi in guardia Scalfaro, è spesso la pratica meschina di chi cerca il privilegio all’ombra dei potenti calpestando i diritti di tutti. 

Penso sia stata una fortuna nascere da una donna e un uomo che hanno cercato sempre la strada della libertà, ma nessuno è figlio solo dei propri genitori: con il taglio del cordone ombelicale comincia quel percorso di crescita che dà la possibilità a ognuno di diventare figlio di se stesso, di costruirsi uomo o donna, leggendo opportunità e risorse, difficoltà dolore e inciampi, secondo le proprie inclinazioni e scelte; nessuno può scegliere i propri genitori ma tutti e tutte siamo chiamati a fare i conti con la storia che ci precede e a scegliere quella a cui vogliamo appartenere.

Non porta nessuna pacificazione la proposta di cancellare dure e dolorose differenze tra le generazioni passate, non ci sono scorciatoie per vivere con dignità il presente e la mistificazione della storia corrode la possibilità dell’incontro e del confronto tra le persone.

Non è facile misurarsi col sentimento della filialità e contemporaneamente scegliere la propria autonomia, ma è necessario ricordare che non ci sono eredità innocenti e l’affetto non può mai diventare la misura del legame sociale; l’enfasi sull’appartenenza famigliare è l’esatto contrario di quell’intuizione politica che ha fondato il diritto sull’appartenenza di ognuno e (molto più tardi) ognuna, prima di tutto a se stesso,  fondando la possibilità di abitare una comunità di liberi ed uguali.

Anche l’appartenenza politica non può essere solo l’etichetta di una collocazione di parte, ma va testimoniata nelle scelte, misurata nelle pratiche che tolgono ambiguità alle parole, diffidando delle forme semplificate a cui ci sta abituando la sovraesposizione mediatica.

E’ una strada ancora lunga quella che ci aspetta, ma dobbiamo stare attenti a non fare passi indietro.

Per questo vado a Milano il 25 aprile, per condividere le molte storie che formano la memoria di ognuno e la speranza di tutti.

Vado a Milano il 25 aprile perché ho bisogno di un rito laico in cui perdermi felicemente nella folla e sentirmi a casa mia.

 

Rosangela Pesenti

 

 26 aprile 2009

postato da rpesenti alle ore 20:21 | link | commenti
categorie:
domenica, 03 maggio 2009

Cos’è accaduto a quel mondo comune delle donne in cui la molteplicità dei pensieri delle vite delle storie delle appartenenze navigava sul mare della solidarietà e del rispetto, sulla base dei diritti conquistati?

Dove sono finiti i vent’anni di straordinaria sperimentazione politica dell’Udi tra l’XI e il XIV Congresso, 1982-2003, il dibattito sul rapporto tra rappresentanza e rappresentazione, l’appartenenza non come dichiarazione ma come storia, biografia individuale che s’intreccia nella collettività tra convergenze e divergenze, le responsabilità condivise e mai individualmente affidate, il criterio della rotazione delle funzioni, la trasparenza dei bilanci, mai semplicemente economici?

Com’è accaduto che le uniche donne sulla scena politica siano quelle omologate ai modelli femminili funzionali al patriarcato o, nei casi migliori, persone cresciute politicamente nei partiti nel sindacato o nell’università?

                                                                                                                                 

Eravamo giovani e abbiamo fatto anche errori: l’indifferenza verso la possibile costruzione di un patto tra soggetti diversi per un accesso a finanziamenti che garantissero spazi ad esempio, la chiusura aristocratica di alcuni centri con accessi privilegiati alle risorse che non hanno capito in tempo quanto anche il privilegio possa essere fragile se non è fondato su un allargamento democratico del diritto.

Non abbiamo capito che la concretezza degli spazi politici può essere abitata e sperimentata dalle generazioni successive perché la democrazia è un modo di muoversi nel mondo prima di diventare quel deposito legislativo che definisce lo stato di diritto.

Non abbiamo capito o siamo state sconfitte in una lotta impari contro poteri consolidati che hanno usato tutte le tecniche e gli strumenti della modernità per interrompere la memoria della nostra giovane esperienza politica.

 

E poi ci sono state, (lo ricordiamo?) certe incaute dichiarazioni di principio sull’avvenuta libertà femminile, quando nei fatti si trattava del compimento di quell’emancipazione che consentiva l’accesso ai diritti così come la politica dal ‘700 ad oggi li aveva costruiti.

Diritti fragili se non sono davvero per tutte, se definiscono la cittadinanza per esclusione, se non ne viene insegnata la storia, se non costruiscono dialogo politico, e infatti sono stati piano piano disattesi e poi velocemente aggrediti con arroganza nelle strutture sanitarie, nei posti di lavoro, a scuola, nell’immaginario di quell’interazione quotidiana in cui si costruisce l’idea di mondo comune.

 

In fondo sapevamo, quando, all’inizio, la parola d’ordine era per tutte “Liberazione”, che non di un fatto o solo di qualche legge si trattava, ma di un processo che avrebbe potuto coinvolgere tutte e tutti.

Diffidavamo, e oggi penso anche giustamente, della sola emancipazione e colgo meglio ora, con i miei cinquant’anni passati, quanto ci fosse di borghese in quell’avere semplicemente accesso a tutti i diritti.

Non la rinnego perché è certamente il punto di partenza ed è grazie a quell’uguaglianza dei diritti che io oggi scrivo, ma non abbiamo fatto i conti con quanto l’accesso all’eredità dei patrimoni famigliari e sociali avrebbe inciso sul tessuto di quella giovane solidarietà cresciuta sulla percezione di uno stereotipo identitario che solo insieme potevamo modificare.

Non ci sono eredità innocenti, neanche per le donne.

 

Oggi di fronte alla violenza che minaccia le nostre vite, e c’impone neppure troppo subdolamente vecchi stereotipi del femminile a ingabbiare i nostri sogni e mortificare la realtà, dovremmo avere il coraggio di fare una moratoria sulle differenze e ricominciare a tessere il tessuto della vicinanza.

 

Quando le donne rinunciano a pensare alla propria esistenza libera come luogo di costruzione di un processo pacifico di giustizia sociale, di pari opportunità per le generazioni successive (e non solo per i propri bambini e bambine), quando si chiudono dentro le piccole strategie di conquista del proprio microterritorio, (che sia una casa o una carriera) il patriarcato vince su tutte e i diritti vengono corrosi ad ogni livello.

 

Assistiamo indignate e offese all’erosione dei diritti come alla volgarità delle dichiarazioni pubbliche, gli uomini si esibiscono tra arroganza ignoranza e paternalismo, ma noi sappiamo che il patriarcato non vince senza le nostre piccole/grandi quotidiane complicità, senza i nostri silenzi, le nostre omissioni, la nostra accondiscendenza, il nostro rinchiuderci nel piccolo orizzonte delle sopravvivenze personali, delle necessità di accudimento famigliare, dei piccoli privilegi faticosamente raggiunti, dello smarrimento di fronte alle troppe cose da fare, del perbenismo, della rassegnazione, della stanchezza.

 

La più potente delle donne è comunque assoggettata ai giudizi di un’immaginario collettivo sempre più immeschinito così come l’ultima delle ragazzine che si prostituisce sulla strada.

 

Oggi nessuna donna è esente dalla paura della violenza e non è certo un privilegio che amplia la libertà quello di potersi pagare magari qualche guardia del corpo.

 

La sicurezza è inscindibile dalla libertà, perché è prima di tutto quella certezza felice che abbiamo dichiarato gridando “io sono mia”.

Non abbiamo mai lottato per avere la proprietà del mondo, ma solo la certezza di poterlo agire senza divieti senza guerre senza paure, vivere in pacifica libertà.

 

Scrivo noi perché ho ancora memoria di quel mondo comune delle donne che non è stato solo un sogno, ma la pratica generosa e coraggiosa di un modo d’essere che ha reso le nostre vite migliori e di questo “meglio” ha saputo contagiare tante e tanti che non possono aver dimenticato.

 

Scrivo noi perché resta in ogni dialogo in ogni scambio della mia vita quella straordinaria eredità

 

La nostra forza più grande è sempre stata la capacità di pensare in piccolo e agire in tempo.

Possiamo fare che il tempo sia ora?

 

Ognuna sa di quali e quante risorse dispone davvero, noi siamo abili amministratrici, possiamo metterne un pezzetto a disposizione di luoghi e tempi in cui costruire possibilità?

 

                              6 marzo 2009                                                                Rosangela Pesenti

postato da rpesenti alle ore 20:20 | link | commenti (1)
categorie: politica
venerdì, 22 agosto 2008

Della passione per le divise

 

Quest’estate sembra scorrere sul ritmo del ritorno delle divise, utilizzate per diffondere un’immagine di sicurezza che uniforma il paesaggio urbano delle nostre città, per fortuna in pace, a quello drammatico delle tante guerre che continuano e cominciano.

A questa passione per l’uniforme non sfugge la scuola e il dibattito delle famiglie in vacanza trova argomento di viva discussione sul tema dell’introduzione del grembiule.

Il problema della scuola, che si aggrava di ministero in ministero, perché i problemi non risolti generano problemi, diventa così una banale opinione sul look di scolari e studenti.

Non accende la stessa passione l’annosa questione del precariato, né la mancata riforma almeno della scuola media superiore, non parliamo poi delle questioni pedagogiche o relative ai modelli organizzativi che non interessano proprio nessuno perché “è naturale” ciò che si è a lungo sedimentato e siccome i problemi nella scuola nascono sostanzialmente dal non adeguamento della struttura ai nuovi soggetti che man mano, a partire dal dettato costituzionale, hanno cominciato ad esercitare il diritto all’istruzione (indigenti, bambine, handicappati, stranieri…) basta trovare un sistema per cancellare i soggetti e i problemi diminuiscono.

Nel merito del discorso relativo al grembiule ci si esprime utilizzando categorie arcaiche e totalmente antistoriche: i favorevoli ritengono ad esempio che la divisa favorisca l’uguaglianza e un controllo sociale dello squinternato consumismo che ha per oggetto i bambini, mentre tutti coloro che hanno conosciuto la scuola prima del ’68 e di Don Milani, tanto per stabilire un riferimento generale, sanno benissimo, spesso sulla propria pelle, che la divisa non cancella le differenze ma le riduce al silenzio: i poveri restano poveri sia quelli “di spirito” che di beni materiali, ma l’uniformità di trattamento legittima l’ipocrisia che consente la selezione di classe con criteri “oggettivi”.

Dell’uniformità di trattamento, che sta anche alla base della valutazione gerarchica che ha visibilmente fallito l’obiettivo dichiarato di promuovere i talenti e selezionare i migliori, la divisa scolastica è l’elemento più visibile e oppressivo perché mortifica la capacità dei corpi di esprimere differenze e storie nel riconoscimento reciproco dentro il collettivo classe dove possono rappresentare la radice della convivenza democratica che richiede proprio la condivisione delle regole minime necessarie per la valorizzazione del massimo delle differenze individuali.

L’obiezione relativa al cattivo gusto, che ormai il consumismo e la moda introducono nella scelta di quella “seconda pelle” che è l’abbigliamento, non è sostenibile perché il buon gusto, la misura e la sobrietà non posso essere imposti e comunque l’obbligo della divisa, se non diventa a sua volta occasione ghiotta per stilisti o indicatore di differenza sociale (come nel caso dei prestigiosi colleges inglesi o made in USA) nella sua uniformità appunto non si capisce come possa educare al gusto. Non dimentichiamo poi che la prima differenza verrebbe introdotta nella differenziazione tra maschi e femmine, ma non voglio addentrarmi di più nell’analisi di un’ipotesi che mi sembra francamente stupida se non fosse anche sospetta. Perché mi sembra difficile immaginare una finalità relativa all’uguaglianza da parte di un governo che introduce pesanti elementi di disuguaglianza e perfino di razzismo nei suoi provvedimenti. Come si tengono insieme i tagli alla scuola pubblica con il grembiule come bandiera dell’uguaglianza?

La battaglia contro il consumismo si vince sul piano economico e delle TV e anche qui non mi sembra che la dittatura mediatica imperante favorisca il consumo critico. Per tornare poi al buon gusto basterebbe affidare alla scuola il ruolo che le compete relativamente alla cultura delle giovani generazioni valorizzando economicamente socialmente e politicamente le risorse umane che spendono lì il loro tempo di lavoro.

Insomma se il problema è l’uguaglianza da un lato e la sobrietà dall’altro dateci le risorse (economiche organizzative e umane) e noi, insegnanti ragazzi ragazze bambini bambine e perfino personale scolastico in generale dagli ispettori/ispettrici a bidelle/bidelli, fuori dall’ingerenza spesso ansiosamente oppressiva o spocchiosamente incolta di genitori e vari non addetti ai lavori,  possiamo produrre illuminate riflessioni e soluzioni di buon senso adeguate ai contesti e alle persone tutte.

Una cosa mi sembra evidente: questo governo è abilissimo nel trovare argomenti di effetto scenico per distrarre l’attenzione dalla complessità dei problemi. In questo modo non sparisce solo quell’opinione pubblica che dal ‘700 in poi si è fondata sul libero dibattito e l’inchiesta giornalistica, ma ci abituiamo a ridiventare sudditi, cioè coloro che possono parlare degli abiti del re ma non dire che è nudo. Come dire ‘sotto la divisa niente!’.

 

Rosangela Pesenti

14 agosto 2008

postato da rpesenti alle ore 10:23 | link | commenti (1)
categorie: scuola
mercoledì, 16 aprile 2008

I minuti concessi dal mattino

sono fessure nella pietra delle ore

s’infila il vento dei sogni

se trova feritoie aperte

nei muri spessi di parole

i pensieri s’aggirano guardinghi

nella casa ignota dell’attimo futuro

spifferi di luce

sulla soglia di ogni notte

poi ognuno spranga la porta

per sentirsi sicuro

                           gennaio 2008

Qualsiasi ingiustizia può diventare norma

basta la connivenza

le distrazioni

arroganza ignavia corruzione

e poi che diventi abitudine

ammutolita la memoria

 per la seguente generazione

 

I vecchi parlano lingue indecifrabili

cittadinanza

diventa smunta scolastica parola

cancellata dalla scintillante libertà di comprare

il tempo delle stagioni è mistificato

nelle nuove cattedrali del potere

e l’anima

non riconosce la sua prigione

                        febbraio 2008

 

 

Un luogo può sottrarsi ai tuoi piedi

basta un pretenzioso disegno urbano

lisci spigoli residenziali

altezzosi cappelli di tegole

recinzioni senza bambini

cartelli che minacciano presenze

di invisibili cani

occupazione legale di spazi

stranianti prigioni

per gli occhi

il silenzio espressivo delle stagioni

diventa muto fragore

l’armonia dei suoni

vibra nell’anima

il delirio di un folle

contro le benestanti ragioni

                         gennaio 2008

 

 

Il cielo che il mattino mi sussurra

come fosse un pensiero pellegrino

cattura la mia mano e mi conduce

nella speranza di un giorno buono

come fossi un bambino

A sera

se una stella appare

nel profondo

io chiudo il cuore in pace

mi abbandono in silenzio

all’armonia del mondo

                          marzo 2008

postato da rpesenti alle ore 19:22 | link | commenti
categorie: poesie
lunedì, 14 aprile 2008

Carissimi, non sono riuscita a scrivere un diario della campagna elettorale come avrei voluto, ma in questo momento, pur nello sgomento per la gravissima sconfitta della sinistra tutta, non ho pentimenti per aver accettato di mettere in gioco la mia faccia e la mia storia.
Ho misurato, ancora una volta come nel '94, la distanza da una forma della politica che non mi rappresenta, non mi corrisponde e non mi include e contemporaneamente l'esito diffuso di quel degrado della vita quotidiana e della convivenza civile che ha riconsegnato questo Paese alla destra.
Si è consumata una vicenda cominciata con l'assassinio di Moro e non sarà facile affrontare davvero l'analisi fino in fondo.
Non sono parte in nessun modo dei tanti e diversi e spesso incancreniti gruppi dirigenti di una sinistra che è stata per me sempre più inavvicinabile negli ultimi vent'anni, ma non voglio sottrarmi alla responsabilità storica di continuare a testimoniare la necessità della sinistra per questo Paese.
Mi sembra che elettori ed elettrici abbiano fatto pagare alla sinistra un malessere abilmente costruito attraverso una multiforme manipolazione della realtà. Mi auguro che il prezzo da pagare alla fine non risulti per tutti ben più caro.
 
14 aprile 2008
postato da rpesenti alle ore 20:29 | link | commenti
categorie:

Chi sono

Utente: rpesenti
Nome: Rosangela Pesenti
Sono nata l’8 luglio 1953 a Offlaga in provincia di Brescia, dove i miei nonni contadini erano emigrati nel dopoguerra. Mio padre, già di famiglia cattolica e antifascista, era uno di quei giovani reduci dalla prigionia nei campi di concentramento tedeschi, mia madre aveva fatto l’operaia pendolare a Milano durante la guerra, sfidando i bombardamenti e ne era molto fiera. Con me neonata hanno scelto di tornare a Covo, nella bassa bergamasca, dove sono cresciuta. Ho potuto prendere il diploma di ragioniera grazie all’istituzione della scuola media unificata e mi sono laureata in filosofia grazie alla liberalizzazione dell’ingresso all’università. I temi della cittadinanza hanno perciò accompagnato la mia crescita politica, prima in varie associazioni cattoliche, poi nel Partito Comunista, fino al 1988, e da sempre nel movimento delle donne, da un piccolo collettivo femminista all’Udi, di cui sono stata dirigente provinciale e nazionale, in particolare responsabile delle sede nazionale fino al 2003. Ho insegnato per più di trent’anni italiano e storia nella Scuola media superiore, dal gennaio 2009 sono impegnata in un dottorato di ricerca in Antropologia ed Epistemologia della complessità presso l'università di Bergamo, sono Counsellor Professionista e Analista Transazionale in campo educativo, svolgo attività di formazione e consulenza per bambini, adolescenti, adulti, coppie, famiglie. Insieme all’impegno nella e per la scuola, sono stata anche responsabile dell’Ufficio Educazione alla salute del Provveditorato, mi sono occupata di storia e politica delle donne, migranti e native, di generi e generazioni in numerosi corsi di formazione, seminari, convegni. Ho pubblicato saggi e narrativa, in particolare Trasloco (1998)

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Partecipano

Foto recenti

Vedi altri media

Bottoni

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading*volte